Il grande medico ellenico Ippocrate, dedicando tutta la vita agli studi sulla cura dei malati e alla formazione filosofico-scientifica della figura del dottore, introdusse la pratica della dissezione dei cadaveri per studiare l’anatomia e le varie patologie che ne avevano causato i decessi. Egli teneva in grande considerazione l’approccio con il malato per scoprire i sintomi della malattia e per l’osservazione di tutti gli elementi che ne componevano la vita: psicologici, dietetici e perfino sociali. Evidentemente era convinto che l’uomo non è solo un ammasso di cellule che possono più o meno deteriorarsi, ma un insieme di elementi psico-fisici che interagiscono tra loro e nel cui equilibrio risiede lo stato di benessere della persona o l’origine della malattia. Pertanto quando questo equilibrio viene frantumato dalla morte biologica e/o cerebrale, il paziente può essere anche richiamato in vita, ma di sicuro la scienza non sa quale tipo di individuo avrà davanti a sé; certamente diverso dal soggetto precedente, nelle reazioni e nell’approccio con la sua vita passata. Eppure l’uomo non ha mai smesso di indagare il tempo dopo la morte e accanto al rifiuto di questo insondabile evento, ha anche concentrato studi, attese, prospettive, senza mai arrendersi, se non altro per esorcizzare l’impotenza frustrante che prova ogni medico di fronte ad essa. Quando negli anni ’60, del secolo scorso, il cardio-chirurgo Christiaan Barnard realizzò il primo trapianto di cuore della storia, l’uomo della strada si chiese subito se ormai si era ad un passo dall’immortalità, visto che era possibile “cambiare” il motore della vita. In seguito però i rigetti (più frequenti dei successi) ridimensionarono le aspettative scientifiche, togliendo alla scienza la presunzione di avere finalmente in mano la chiave della vita!
La scienza moderna, razionale, dopo aver scoperto la capacità del ghiaccio di conservare gli alimenti, non ha avuto nessuna remora ad applicare all’uomo e alle sue componenti fisiche (embrioni, cellule, organi) lo stesso procedimento, ibernandone il cadavere e lasciando all’azoto e alle macchine il compito di continuare l’esistenza. In questa specie di pseudo vita, “tenuta artificialmente in funzione” lo scienziato ha ravvisato una forma di stallo, equidistante dalla vita e dalla morte, credendo o sperando di poterla ripristinare a suo piacimento. Che l’ibernazione sia il metodo più sicuro per la conservazione di un soggetto biologico lo dimostra il ritrovamento del 19 settembre 1991 sulle Alpi Venoste, ai piedi del monte Similaun, al confine fra l’Italia e l’Austria, di un corpo quasi intatto datato 3000 anni fa. Naturalmente quella specie di mummia disidratata (la Mummia del Similaun) e comunque perfettamente conservata, è la prova che il procedimento scientifico portato avanti negli Stati Uniti (l’ibernazione) è sicuramente applicabile a qualunque cadavere, ma quali conseguenze questo processo di ibernazione avrà sul soggetto utilizzato? Qui non si vogliono analizzare i danni fisiologici del corpo “risvegliato”, peraltro già pesantissimi come appurato dagli scienziati, ma far emergere alcune semplici considerazioni, e cioè:
1) Se è vero, come è vero, che un essere umano non è solo un “soggetto biologico”, che ruolo ha la sua parte spirituale o metafisica durante l’ibernazione?
2) Si può dire di poter “ibernare” anche l’anima o comunque l’aspetto più intrinseco dell’uomo e tenerlo in uno stato “vegetativo” a disposizione di una scienza che potendo utilizzarlo quando e come vuole, in realtà manipola il soggetto a suo piacere?
3) Se l’uomo, fin dai tempi delle caverne, si è sempre chiesto da dove viene e dove va, senza mai trovare una risposta soddisfacente e risolutiva, vuol dire che la scienza, per quanto evoluta, non ha mai scoperto la chiave dell’immortalità, intesa come continuazione della vita fisica a tempo indeterminato!
Dunque se la scienza non ha bisogno di Dio, tuttavia anche se essa è riuscita a penetrare tanti misteri del genoma umano, di fronte alla morte e ad un’ipotetica immortalità puramente fisica deve ammettere la sua impotenza ed attendere, eventualmente, che il Creatore della vita gli faccia scoprire la formula dell’eternità.
Robert Chester Wilson Ettinger nacque ad Atlantic City il 4 dicembre 1918. È stato un accademico Americano noto come “il padre della criogenia”. Ettinger fondò il Cryonics Institute e l’Immortalist Society di cui ne è stato il presidente. Morì a 92 anni e dopo diversi giorni di preparazione, il suo corpo fù ibernato, e posto in un’apposita capsula e raffreddato a -196 gradi. Fu il paziente nr. 106 dell’istituto.

